"Potrebbe succedere a chiunque": la guerra in Jugoslavia raccontata agli studenti delle quarte Informatica
In un silenzio attento e commosso, le classi quarte del settore Elettro-Info hanno accolto la testimonianza di una donna bosniaca, originaria di Sarajevo, sopravvissuta alla guerra che ha devastato la Jugoslavia tra il 1990 e il 2001. Nata nel 1962, ha condiviso con gli studenti una parte dolorosa della sua vita, trasformandola in una potente lezione di umanità, storia e consapevolezza.
La sua motivazione è chiara e diretta: “Oggi vediamo le stesse immagini di guerra, bambini affamati, distruzione e morte, che i nostri genitori guardavano in televisione negli anni ’90. La guerra può succedere ovunque, a chiunque. È così orribile che bisognerebbe fare qualunque cosa per impedirla.”
La donna è cresciuta nella Sarajevo pacifica della Jugoslavia di Tito. Al tempo, nonostante si vivesse sotto una forma di dittatura – in cui non si poteva criticare apertamente il governo – c’era serenità, fiducia nel futuro e un’unione reale tra popoli, culture e religioni diverse. Non si distingueva chi fosse cristiano, musulmano o ebreo: convivevano tutti, anche nelle stesse famiglie.
Dopo la morte di Tito nel 1980, però, iniziarono crisi politiche, economiche e soprattutto l’ascesa dei nazionalismi, che innescarono un conflitto devastante. In Bosnia, la presenza musulmana era dovuta alla storia dell’Impero Ottomano, che aveva lasciato un’eredità culturale e religiosa forte. Con l’esplosione del conflitto, quelle differenze, fino ad allora irrilevanti, divennero un pretesto per l’odio.
La testimone ha raccontato come la sua città, Sarajevo, da luogo di convivenza, si sia trasformata rapidamente in una prigione a cielo aperto. Le granate cadevano ogni giorno, i cecchini erano appostati sulle colline di Vraca, e le barricate impedivano alle persone di scappare. Le famiglie staccavano i nomi dalle porte per non rivelare la propria religione, e chi non combatteva – anche se serbo – rischiava di essere punito con colpi ai piedi.
Ha raccontato episodi personali toccanti: il fratello, che accompagnando un gruppo di bambini per un progetto di tennis, riesce a fuggire fino a Mosca; lei stessa, che tenta la fuga ma viene fermata, e infine decide di unirsi a un convoglio di bambini. Viene catturata e portata in una scuola tristemente nota per le torture. Resterà lì, prigioniera, per tre giorni con altre 700 persone. Non fu torturata, ma visse l’angoscia dell’incertezza e la brutalità della guerra.
Nel suo racconto ha ripetuto una frase che ha colpito profondamente tutti:
“Presto la tua vita non ha più valore, neanche per te stesso.”
Un’affermazione che spiega con lucidità la disperazione e il crollo morale che la guerra porta con sé. Le regole etiche e umane svaniscono: uccidere, torturare, violentare diventano strumenti legittimati dal potere. Ai soldati serbi veniva addirittura detto che violentare fosse un atto patriottico, utile a “serbizzare” la popolazione.
Ha condiviso anche un momento quasi surreale: mentre fuggiva da alcuni spari, si rifugia in un supermercato saccheggiato, trovando due enormi vasi pieni di carciofi. Li prende e li porta a casa. Un gesto semplice, che rivela la fame, la paura, ma anche l’istinto di sopravvivenza e dignità che non si spegne nemmeno in mezzo all’orrore.
Durante l’incontro è stato citato anche il romanzo di Marco Erba, che ha raccontato le vicende della guerra in Jugoslavia con uno stile adatto ai ragazzi, pur restando fedele alla verità storica. Un modo per rendere accessibile anche ai giovani un capitolo doloroso e spesso dimenticato del nostro continente.
La testimonianza si è conclusa con un invito forte: ricordare, conoscere, riflettere. Perché la guerra non è un ricordo lontano, ma una possibilità concreta che si nutre dell’ignoranza, della paura e della divisione.
Un incontro che ha lasciato il segno. Non una lezione come le altre, ma una pagina di vita vissuta che resterà nei cuori e nelle coscienze di chi ha ascoltato.

